‘Folli’, ‘pazzi’, ‘pericolosi’: le etichette che nascondono la vera storia dei disturbi mentali.”

12 Marzo 2026

La follia deve rimanere rinchiusa dietro un muro oppure può essere compresa, accompagnata e restituita alla vita ?

Per secoli, nella storia della società occidentale, l’etichetta di “folle” è stata utilizzata non soltanto per indicare una condizione di sofferenza mentale, ma anche come strumento per allontanare dalla vita sociale tutti coloro che risultavano scomodi o difficili da gestire. Vagabondi, mendicanti, diseredati, omosessuali, persone considerate devianti o pericolose e persino criminali venivano spesso rinchiusi nei manicomi, istituzioni nate con una duplice funzione: curare e custodire.

In realtà, più che luoghi di cura, i manicomi sono stati a lungo strumenti di controllo sociale. L’obiettivo principale non era comprendere o trattare il disagio mentale, ma neutralizzare chi veniva percepito come una minaccia per l’ordine pubblico. La pena assumeva quindi la forma dell’internamento: isolare il soggetto ritenuto folle e autore di reato, separandolo dal resto della comunità.

A partire dagli anni Sessanta, questo sistema iniziò però a essere messo profondamente in discussione. Le prime critiche alle istituzioni manicomiali portarono alla nascita del movimento antipsichiatrico, che denunciava le condizioni disumane in cui vivevano le persone internate e l’inefficacia terapeutica di tali strutture.

Una figura centrale di questa rivoluzione fu Franco Basaglia, psichiatra italiano che nel novembre del 1961 arrivò come direttore dell’ospedale psichiatrico di Gorizia. Di fronte a circa seicento uomini e donne privati della loro identità e della loro dignità, Basaglia si pose una domanda fondamentale: che cos’è davvero la psichiatria? Da questo interrogativo prese avvio un percorso di profonda trasformazione.

Basaglia comprese che il vero fallimento della psichiatria tradizionale si manifestava proprio all’interno delle mura dei manicomi. Escludere il malato di mente dal suo contesto sociale significava privarlo non solo della libertà, ma anche della sua stessa umanità. L’istituzione manicomiale diventava così il simbolo della debolezza di una società incapace di confrontarsi con ciò che la turba e incline, invece, a nasconderlo o eliminarlo.

«La società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia», affermava Basaglia. A Gorizia iniziò quindi un processo di umanizzazione radicale: le persone internate non venivano più considerate semplicemente “malati”, ma individui con diritti, bisogni e una storia personale. La cura doveva diventare un percorso finalizzato alla riconquista della libertà e alla restituzione della dignità. Fu proprio in questo contesto che nacque la prima vera comunità terapeutica all’interno di un ospedale psichiatrico.

Oggi, rispetto al passato, l’internato viene riconosciuto prima di tutto come un paziente che necessita di cure e di terapie adeguate. Al centro non vi è più la malattia in sé, ma la persona, con il suo diritto alla salute, alla dignità e alla partecipazione sociale.

Nonostante i progressi compiuti, lo stigma legato alla malattia mentale non è ancora stato completamente superato. Chi soffre di disturbi psichici continua spesso a essere percepito con diffidenza o paura, soprattutto quando si parla dei cosiddetti “folli rei”, ovvero persone con disturbi mentali che hanno commesso un reato. In questi casi la società tende ancora a giudicare e punire, senza interrogarsi sul possibile legame tra il comportamento criminale e la condizione psichiatrica.

Per contrastare questi pregiudizi è fondamentale promuovere attività di sensibilizzazione e informazione. La conoscenza rappresenta infatti uno degli strumenti più efficaci per superare la paura e favorire una maggiore comprensione della complessità del disagio mentale.

Il trattamento del paziente psichiatrico deve essere necessariamente multifattoriale. Da un lato vi è l’intervento farmacologico, stabilito dallo psichiatra sulla base di una valutazione clinica accurata; dall’altro è indispensabile un percorso riabilitativo che coinvolga la dimensione psicologica, sociale ed educativa della persona.
Gli interventi mirano alla riabilitazione psico-socio-educativa, alla ricostruzione delle relazioni familiari e al progressivo reinserimento nella società. L’obiettivo non è soltanto ridurre i sintomi della malattia, ma favorire l’autonomia del paziente e offrirgli strumenti concreti per affrontare la vita al di fuori delle strutture di cura.  È essenziale lavorare anche sulla motivazione, sulle prospettive di vita e sugli obiettivi personali dei pazienti. 
Parallelamente si interviene sullo sviluppo della tolleranza alla frustrazione e sulla gestione delle emozioni, spesso attraverso tecniche di rilassamento e percorsi psicoterapeutici.
Tra le attività riabilitative  più diffuse troviamo attività sportive, arte terapia, musicoterapia e teatro. 
Questi percorsi, affiancati da colloqui psicologici individuali e psicoterapia di gruppo, mirano a favorire il cambiamento dei comportamenti aggressivi o disfunzionali, l’apprendimento di stili di vita più sani, lo sviluppo di abilità specifiche e il recupero delle capacità relazionali e sociali.

La vera sfida oggi non è soltanto curare il disagio mentale, ma costruire una società capace di accogliere la fragilità senza trasformarla in esclusione.

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