Disturbi Specifici dell’Apprendimento:
Ogni bambino inizia la scuola con un bagaglio unico di curiosità, talento e potenzialità. Per alcuni, però, leggere, scrivere o fare calcoli non è un processo spontaneo, è una salita ripida, che richiede uno sforzo enorme.
I Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA), così come definiti nel DSM-5 (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali), riguardano proprio queste difficoltà: problemi significativi e persistenti nell’acquisizione e nell’uso della lettura, della scrittura o del calcolo.
La parola chiave è “specifici”, ognuno di questi disturbi interessa un ambito preciso dell’apprendimento, mentre l’intelligenza generale del bambino rimane intatta.
Un bambino con DSA è un bambino intelligente, non è svogliato, non è disattento per scelta, non è “meno capace”, sta semplicemente affrontando una difficoltà neurobiologica che rende alcuni automatismi scolastici più complessi da acquisire.
I DSA possono presentarsi in forme diverse, tra le principali ricordiamo la dislessia, che si manifesta come difficoltà nella lettura, disortografia ovvero la difficoltà nell’applicare correttamente le regole che trasformano i suoni in parole, la disgrafia che interessa la componente grafo-motoria e la discalculia che riguarda invece la difficoltà nel calcolo e nel comprendere le quantità.
Secondo l’Associazione Italiana Dislessia, in Italia i DSA riguardano circa il 6% degli studenti (parliamo di circa 350.000 alunni!). Tradotto? È molto probabile che in quasi ogni classe ci sia almeno uno studente che ogni giorno affronta queste piccole grandi sfide.
Quali sono i campanelli d'allarme?
È importante sfatare un mito duro a morire: i DSA non dipendono né dalla pigrizia né dalla mancanza di impegno. Non è una questione di “non voglio”, ma di “faccio più fatica”.
La ricerca scientifica è concorde nel riconoscere l’origine neurobiologica dei DSA, la cui manifestazione può essere influenzata anche da fattori ambientali. Accanto alle difficoltà di apprendimento, non è raro osservare vissuti emotivi come ansia, demoralizzazione o problemi di attenzione. Dopo ripetuti insuccessi, infatti, l’autostima può vacillare e il bambino, per proteggersi, può scegliere la strada del disinteresse o del distacco. Non è svogliatezza: è una forma di difesa.
Diventa quindi fondamentale riconoscere per tempo i primi segnali e capire quando iniziano a manifestarsi.
Tra i principali campanelli d’allarme possiamo trovare:
difficoltà nel riconoscere e manipolare i suoni delle parole;
difficoltà nel linguaggio;
goffaggine nella motricità fine (ad esempio nell’uso delle forbici o nell’impugnatura);
• difficoltà nella coordinazione visuo-motoria.
La fine della scuola dell’infanzia e l’inizio della primaria rappresentano un momento cruciale: è proprio in questa fase che alcune difficoltà diventano più evidenti. Insegnanti e genitori hanno un ruolo prezioso nell’osservare e segnalare eventuali segnali di rischio. Una diagnosi precoce, infatti, è un importante fattore protettivo: permette di intervenire tempestivamente e di prevenire possibili ricadute sul piano emotivo e motivazionale, aiutando il bambino a crescere con maggiore serenità e fiducia nelle proprie capacità.
La diagnosi: un sospiro di sollievo
La valutazione viene effettuata attraverso test specifici che analizzano:
le abilità di lettura, scrittura e calcolo
il funzionamento cognitivo
gli aspetti neuropsicologici
la dimensione emotiva
La diagnosi non è un etichetta ma uno strumento di comprensione, quando tutto si fa chiaro e si riesce a dare un nome alla difficoltà spesso il peso si alleggerisce e si possono adottare misure per fare in modo che il bambino riesca comunque a raggiungere i suoi obbiettivi senza sentirsi lui stesso il problema.
Quando l’ambiente interpreta costantemente queste difficoltà come mancanza di impegno e motivazione nel bambino, definendolo pigro o svogliato, egli può iniziare a evitare i compiti, chiudersi o reagire con comportamenti provocatori. Non si tratta di disinteresse ma di una difesa che il bambino mette in atto per tutelarsi da un ennesimo fallimento.
È fondamentale dunque comprendere il legame tra difficoltà di apprendimento e sofferenza emotiva per aiutare i bambino a interrompere questi circoli viziosi dove fallimento e senso di impotenza si alternano.Come si interviene?
Un intervento davvero efficace agisce su più livelli. Da un lato prevede il potenziamento specifico delle abilità di apprendimento, attraverso programmi mirati e il supporto di professionisti specializzati; dall’altro include anche un sostegno emotivo e relazionale, fondamentale per rafforzare l’autostima, la motivazione e aiutare il bambino a sviluppare strategie utili per affrontare le difficoltà.
In alcuni casi, percorsi come la terapia cognitivo-comportamentale possono essere utili per prevenire o gestire eventuali difficoltà psicologiche associate.
Agire precocemente e con interventi adeguati fa una grande differenza nel percorso evolutivo del bambino, permettendogli di affrontare le sfide con maggiore fiducia e con strumenti più efficaci.
Un messaggio per i genitori
Se vostro figlio fatica a leggere, scrivere, fare calcoli, non pensate subito a pigrizia o mancanza di impegno. Osservate, ascoltate e chiedete un confronto. Con il riconoscimento precoce, strumenti adeguati e un ambiente che sostiene e non giudica, un bambino con DSA può crescere valorizzando i propri talenti e costruendo un percorso scolastico personale soddisfacente. E con il giusto supporto si può trasformare una disabilità in un percorso di consapevolezza e forza.



